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Petrolio, sinergie possibili con agricoltura, pesca e turismo

Luglio 2014

Coltivare frutta e ortaggi, lavorare in mari pescosi, accogliere il turista in villeggiatura sono attività dal forte valore simbolico e dall’alto valore economico. Rappresentano tre settori strategici per le economie locali e, spesso, sono ritenuti inconciliabili con l’attività petrolifera: quando si persegue lo sviluppo dall’esplorazione mineraria, allora si deve accettare una compromissione di questi settori vitali per le economie locali. Questo almeno è il sentire comune, non necessariamente corrispondente con la realtà. I dati contenuti in una recente ricerca, infatti, ribaltano completamente questa tesi.

La ricerca

I ricercatori del Rie – Ricerche Industriali ed Energetiche – hanno approfondito il legame che c’è tra lo sviluppo delle concessioni petrolifere e le attività agricole, ittiche e turistiche per capire quanto e come queste si influenzino reciprocamente. Nello studio sono stati confrontati i dati economici disponibili dei tre settori, declinandoli sia nelle realtà interessate dalle concessioni per lo scavo di pozzi di petrolio sia nelle regioni in cui non c’è attività mineraria. Inoltre, analizzando l’evoluzione storica dei singoli settori si è cercato un collegamento, un impatto che l’attività petrolifera avesse potuto originare.

Non c’è correlazione

Il risultato della ricerca non lascia spazio a dubbi: non esiste alcuna comprovata correlazione negativa tra attività petrolifera e agricoltura, pesca e comparto turistico. Ciò che si ricava dai dati ufficiali a disposizione è che in tutte le regioni si manifestano tendenze similari, a prescindere dalla presenza o meno di attività di estrazione. Addirittura, l’agricoltura, la pesca e il turismo di alcune regioni interessate dall’attività mineraria mostrano prestazioni migliori di altre che ne sono prive. Ciò non significa che i tre settori analizzati non presentino difficoltà, ma è evidente che la debolezza economica è un fattore nazionale e che le cause all’origine di questa situazione sono da ricercarsi altrove.

Agricoltura, pesca, turismo

Nave da pescaIn agricoltura, per esempio, le performance sono influenzate dalle riorganizzazioni strutturali che caratterizzano il comparto da oltre un decennio, dalle insufficienti dimensioni dei soggetti economici, dalla ridotta produttività, dalla scarsa specializzazione produttiva e non dal petrolio. Il comparto ittico, secondo indagato, è in una fase di transizione generalizzata perché si sta spostando verso un diverso tipo di sfruttamento, sostenibile, delle risorse biologiche marine. Un obbligo imposto dalle normative europee. Conseguentemente i risultati negativi riscontrati sono comuni a tutte le aree e non sono legati allo sfruttamento dei giacimenti di petrolio, ma imputabili all’adozione dei piani di controllo dell’accesso alle risorse e all’adeguamento dello sforzo di pesca. Sono fattori di questo tipo, infatti, che impattano direttamente sul numero dei pescherecci, sul tonnellaggio, sulla potenza motore, sulle giornate di pesca e sulla sostenibilità economica dell’intero comparto. Per ciò che riguarda il turismo, un po’ ovunque in Italia le presenze turistiche totali sono state in costante crescita nell’ultimo decennio. L’eccezione negativa è rappresentata da quattro regioni, Marche, Liguria, Friuli Venezia Giulia e Campania, che però sono quasi tutte prive di attività petrolifera. È facile comprendere, quindi, che non esiste una correlazione diretta tra andamento turistico e presenza delle attività di scavo di pozzi petroliferi.

Opportunità da sfruttare

Appurato che l’industria petrolifera non impatta direttamente sulle performance economiche o sulle tendenze evolutive di questi settori, i ricercatori hanno provato a guardare avanti. La domanda da cui sono partiti è stata: analizzando le cause della crisi, la presenza dell’industria petrolifera può diventare un’opportunità? Si possono immaginare forme di collaborazione proficue per tutti gli attori? La risposta, guardando ad alcuni esempi positivi già realizzati in Italia e all’estero, è stata un deciso sì.

I costi dell’energia elettrica

È semplice pensare ai costi energetici che gravano su questi settori. In agricoltura essi incidono mediamente per il 10% dei costi totali, per le imprese ittiche la principale voce di costo è il carburante che incide per il 58% dei costi intermedi totali del settore. Di conseguenza una collaborazione con l’industria petrolifera può essere decisamente interessante. Ma le sinergie possibili possono andare ben oltre il contenimento della bolletta.

Campi coltivatiCollaborazione ad ampio spettro

Si possono immaginare investimenti nella ricerca per il settore agricolo, che sviluppino tecnologie in grado di ridurre consumi e costi energetici, che scoprano nuove tecniche o varietà colturali più resistenti ai fattori esterni. I pescatori potrebbero integrare il proprio reddito, compresso dal minore sforzo di pesca richiesto a livello comunitario, con impieghi alternativi. Un esempio potrebbe essere l’assegnare ai pescherecci l’incarico di sorvegliare le infrastrutture durante i periodi di costruzione e installazione delle piattaforme petrolifere o chiedere loro di pulire i fondali nelle aree in cui le compagnie hanno cessato di operare. Oppure, com’è accaduto in Romagna, partendo dall’attività di disincrostazione delle piattaforme a mare si è originato un fiorente mercato di vendita di cozze di alta qualità. Il settore turistico, invece, potrebbe beneficiare di programmi di riqualificazione integrata dei paesaggi costieri e non. E tutti e tre i settori potrebbero sfruttare le capacità manageriali e i legami internazionali delle multinazionali del petrolio per creare consorzi orientati all’export dei prodotti locali, o per presenziare a fiere e manifestazioni internazionali, o per riuscire ad aprirsi a nuovi mercati altrimenti inarrivabili.

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