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L’energia per il futuro, il punto con Chicco Testa

Luglio 2013

Chicco Testa, attuale presidente di Assoelettrica, è uno tra i maggiori esperti nazionali di energia. È stato Presidente del Consiglio di Amministrazione di Enel e Presidente dell’Azienda Comunale Energia e Ambiente del Comune di Roma (ACEA), attualmente è anche un imprenditore alla guida di aziende e organizzazioni che di energia vivono. Chi, meglio di lui, può immaginare il futuro che ci attende in uno dei settori strategici per la competitività nazionale?

La sua pluriennale esperienza e la sua posizione di Presidente di Assoelettrica le consentono un punto di vista privilegiato sul mondo dell’energia. Quali scenari energetici globali ci riserva il futuro?

In campo energetico la situazione geopolitica mondiale sta radicalmente cambiando e, come Europa, dobbiamo presto attivarci per non restare indietro. Negli USA, il Governo Obama ha previsto la creazione di un fondo da 2 miliardi di dollari, chiamato Energy Security Trust, per sostenere gli investimenti nella ricerca di soluzioni che migliorino l’efficienza nei consumi. L’obiettivo finale è rallentare la crescita della domanda di energia così da assicurare alla nazione l’approvvigionamento e garantire all’industria energia a un costo più basso. Una decisione che sta già funzionando e già ora sta facendo da volano nel processo di ritorno delle industrie manifatturiere nel Paese, con molte aziende incentivate a riportare la produzione all’interno dei confini nazionali. Una seconda mossa strategica di Obama è stata il cambiamento della Costituzione con due importanti novità: la prima è che la sicurezza energetica è diventata uno degli obiettivi di sicurezza nazionale; la seconda è che per la prima volta si ammette la possibilità di esportare energia primaria estratta dal suolo nazionale. Oggi, quindi, gli USA sono diventati Paese esportatore soprattutto di gas, e questo sta cambiando lo scenario competitivo globale. Come conseguenza, i Paesi produttori (sudamericani, arabi e la Russia) sono stati costretti a trovare nuovi mercati e il prezzo del gas si è velocemente abbassato. Cina e India si stanno avvantaggiando dell’eccesso di offerta e la possibilità di avere energia a basso costo sta accelerando ulteriormente la loro crescita economica e il loro peso a livello globale. In questa rivoluzione del mercato dell’energia, però, è l’Europa che rischia di restare al palo. La Germania, il faro economico del Continente, sta diventando importatore di carbone come fonte sostitutiva della produzione nucleare in dismissione, mentre negli altri Paesi del Continente non sembra esserci una politica comune efficace nel settore dell’energia. Il rischio che vedo è che l’Europa perda il proprio ruolo di leader economico globale per trasformarsi in una meta turistica. Ma di solo turismo non si può vivere.

In Italia, a marzo, è stata approvata la Strategia Energetica Nazionale (SEN). Che giudizio ne dà?

Questo documento ha il pregio di fare il punto sulla situazione attuale e dare un orizzonte reale e concreto sul dove possiamo andare nel campo dell’ergia. Le premesse su cui si fonda sono condivisibili e le priorità d’azione individuate sono buone, resta però ancora aperta la questione politica. Ora c’è un nuovo Governo e una nuova maggioranza parlamentare che dovrà far capire se intende proseguire su questa strada e confermare quanto fatto fino ad ora, oppure no. Una decisione che è assai urgente per consentire a tutti gli operatori della filiera dell’energia di impostare le strategie imprenditoriali e indirizzare gli investimenti in sicurezza.

La SEN tocca anche l’iter autorizzativo dei nuovi progetti in ambito energetico. Pensa che gli strumenti individuati possano garantire gli investimenti infrastrutturali? E mitigare l’effetto “Nimby”?

Il problema delle autorizzazioni in Italia è connaturato al sistema approvativo. Le procedure da compiere sono lunghe e molto complicate, gli enti che possono/devono esprimere pareri sono tanti. E questo lungo iter è ideale per chi non vuole prendersi alcuna responsabilità e preferisce attendere e dilazionare il giudizio per mesi, aspettando che l’intero procedimento si fermi per inerzia. Senza autorizzare ma nemmeno bocciare i progetti si evita di indispettire alcune componenti del territorio, ma è deleterio per il mondo imprenditoriale, per chi deve fare investimenti nel settore dell’energia e si ritrova con capitali immobilizzati. E, infatti, moltissime imprese decidono di andarsene. Per citare un solo caso, fra innumerevoli esempi che si potrebbero fare, c’è quello della British Petroleum che dopo anni in attesa dell’approvazione, ha deciso di abbandonare la realizzazione del rigassificatore di Brindisi.

Ritiene che la formula del “débat public” francese, applicato ai casi italiani, potrebbe essere una soluzione a questa situazione?

Ho molti dubbi, perché in questi anni sono state percorse molte strade con scarsi risultati. La procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) è simile al modello francese, poiché prevede il coinvolgimento nella discussione dei progetti di molti soggetti decisori. Il risultato, però, è che quasi mai la decisione finale arriva. Il sistema istituzionale così com’è è sovraccarico e ognuno si sente padrone del proprio ambito. Gli imprenditori del settore energetico sono prigionieri di questo Stato e non si chiedono più qual è la legge ma qual è il volere del re. Mi piacerebbe, invece, che la classe dirigente si accordasse sul futuro desiderato, e poi perseguisse l’obiettivo senza avvalersi di trucchi procedurali funzionali solo allo stallo.

E quali scelte si potrebbero fare?

Da parte del legislatore italiano mi aspetto che introduca un principio oneroso di responsabilità per gli enti, un sistema che costringa a esprimere un giudizio in tempi certi pena il ricorso alle vie legali. Parlando delle imprese, invece, vorrei che già ora ci impegnassimo facendo pressione, anche ricorrendo alla Corte di Giustizia europea con richieste di risarcimento danni. Questo atto forte accenderebbe un faro sulle responsabilità che, invece, troppo spesso passano in sordina: quando un’azienda abbandona un progetto e investe in un altro Paese, il territorio ne subisce gli effetti ma nessuno se ne accorge e nessuno paga pegno.

Pensa che l’Italia possa fare a meno delle fonti fossili per la produzione di energia elettrica?

Dipende molto dal lasso di tempo che ci poniamo davanti. Se ci poniamo un intervallo di 20 o 30 anni lo escludo, ma se guardiamo oltre i cent’anni è possibile che, nel settore elettrico, i combustibili fossili siano sostituiti da altre fonti. Altro discorso, invece, va fatto per i consumi petroliferi legati al trasporto. Qui i consumi sono in decisa crescita e i carburanti alternativi ancora non sembrano una soluzione in grado di sostituire completamente quelli fossili.

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