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Da dove arrivano i 7 miliardi di euro di Tempa Rossa

Dicembre 2014

Dietro lo studio presentato dall’università romana si nascondono calcoli e formule difficilmente digeribili da un pubblico digiuno di economia e finanza. Davide Quaglione, Professore Associato di Economia Applicata dell’Università di Chieti-Pescara e componente gruppo di scienziati che ha realizzato lo studio sull’impatto del progetto Tempa Rossa in Basilicata, prova a darne una spiegazione più semplice.

Come mai i risultati presentati sono compresi tra due cifre?

Nell’analisi siamo partiti dalla stima di spesa ipotizzata da Total, che ha un valore di massima e uno di minima. Poi, a questi due valori nominali di partenza, abbiamo applicato il tasso di interesse, in un duplice scenario: del 5% e del 7%.

Come sono stati scelti i tassi di interesse?

Questa scelta poteva essere differente, ma ci siamo attenuti ai valori che sono comunemente utilizzati in letteratura scientifica nelle analisi degli investimenti industriali di lunghissimo periodo.

Cosa si intende per valore nominale?

Si intende la spesa a prezzi correnti. Per rendere i valori della spesa nei diversi anni omogenei dal punto di vista finanziario, occorre ricondurli allo stesso anno base (nel caso dello studio, il 2013). Perciò la spesa per gli anni precedenti al 2013 è stata capitalizzata, quella relativa agli anni successivi al 2013 è stata attualizzata.

Nello studio si cita 1,7245 euro. Cose si arriva a questa cifra?

È la cifra che indica il reddito generato in Basilicata, per ogni euro speso. Il risultato è dato dal moltiplicatore keynesiano, ossia una formula che presuppone il calcolo della propensione marginale al consumo. La formula si determina considerando la quota di reddito che i cittadini destinano sul territorio per i propri consumi. Per i Lucani questo valore è di poco più della metà: 0,5464. Ovviamente da questo calcolo sono esclusi i consumi che non generano un impatto in regione, come l’acquisto di tutti i beni “importati” in Basilicata dall’esterno (altre regioni italiane e estero).

Per arrivare a questa cifra, si potevano utilizzare altri modelli?

Sì, esistono altri modelli. In alternativa si sarebbe potuto utilizzare i modelli che considerano il lato dell’offerta, anziché quello della domanda. Un primo modello utilizza le tavole input/output che definiscono il contributo generato da ogni singolo settore produttivo. Sono calcolate dall’Istat, ma siccome sono a scala nazionale, nel nostro caso non si potevano impiegare. Un secondo modello, sempre lato offerta, consiste nel somministrare a ogni soggetto della filiera economica un questionario che rilevi i costi e gli investimenti previsti. Si tratta di calcolare tutte le spese a partire da Total, per passare ai general contractor che ricevono i soldi dagli appalti di Total, per arrivare ai fornitori che eseguono i lavori per il general contractor, poi ai subfornitori che assolvono i vari compiti specifici, e così via. Il problema è che, per valutare una spesa che si farà tra 20 o 30 anni, non è chiaro a chi somministrare il questionario. Le due strade alternative erano quindi impraticabili, ma non è un problema reale: come dimostrano molti studi scientifici che giungono a risultati generalmente molto simili, la scelta del modello non incide sulle riflessioni conclusive.

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